Aggressione al migrante, “Si sente la puzza”: anche in corteo la violenza continua a far male

- Tracce di Tiziana Nardone

Arrivavano in gruppo, come se l’unione permettesse loro di alzare impercettibilmente lo sguardo e guardarsi intorno. Timorosi, senza capire se tu fossi lì per loro o, come più probabile, contro di loro. Jeans sdruciti, perché così donatigli, giubbotti dalla pelle graffiata e lisa, maglie troppo abbondanti per quel corpo affaticato. Un sabato mattina, il 10 marzo scorso, si è tenuta, a Benevento, una manifestazione contro il razzismo, dopo l’episodio di violenza ai danni di un giovane migrante.

Il 25 febbraio precedente, tre coraggiosissimi beneventani, di notte, sul Ponte Sabato, armati di una mattonella lasciata ai lati della strada per lavori di rifacimento del marciapiede, avevano inseguito un giovane ragazzo del Gambia, lo avevano aggredito, procurandogli una ferita al cranio.

La reazione dell’associazionismo locale (Atletico Brigante, Scuola di Italiano Oltreconfine, L@p asilo 31, Federazione del Sociale Usb Benevento e Unione Sindacale di Base Benevento) ha chiesto una presa di posizione alla cittadinanza che c’è stata, ma in piccolissima parte. Troppo piccola, troppo pochi.

Ho portato la mia bimba di tre anni con me.

“Perché balliamo? Perché cantiamo? Perché camminiamo tutti insieme? – mi chiede –“.

“Perché alcune persone non ballano più, non hanno più la voglia di cantare, non possono più stare insieme alla loro famiglia, a chi vogliono bene – le rispondo – “.

Perché dopo un’aggressione credono di poter mostrare fieri il loro diritto a dire no a quella ingiustizia – penso -. E tu guardi, con i tuoi occhi chiari e insipidi, i loro occhi scuri che troppo hanno visto. E gli sorridi. Saranno abituati a decifrare in un attimo accoglienza od ostilità, perché mi ricambiano un secondo dopo, mentre la bambina li saluta con la manina.

Esco dalla coda del corteo, all’altezza del Viale Atlantici, per chiedere alla treenne se abbia bisogno di acqua o altro. Un signore, sessantenne, impegnato nel fumare una sigaretta e a fare da colonna portante all’ingresso di un bar, sibilando, dice all’indirizzo dei ragazzi di colore “Si sente la puzza da qua”.

“Si sente la puzza da qua” , ripete, cercando la mia attenzione, guardandomi con compiacimento per la mia bionda figlia caucasica.

La prendo in braccio, in un tentativo materiale di allontanarla dalla bruttura. Con sconforto prevedo che non ci riuscirò e che mille soprusi le si pareranno davanti: evidenti, illogici, malsani. Proprio come quel signore. Proprio come me, ancora indecisa sul male o sul bene di un’aggressione, verbale e mia, al non più giovane, mai umano, sessantenne beneventano.