Campagna elettorale, guerra d'inciviltà. Ma è possibile rimanere presenti a se stessi

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Questa campagna elettorale, la peggiore degli ultimi anni, è finita: non si sa, però, se il carico di odio, di rabbia, di risentimento, che è stato intenzionalmente e strumentalmente attivato, scivolerà via o lascerà segni, soprattutto per le parole, usate come macigni, che sono arrivate a chiunque e scagliate contro chiunque. Una vera guerra d’inciviltà. All’insegna dell’ipocrita “chiamata a raccolta” della popolazione civile.

Già si è scritto, qualche settimana fa, delle promesse elettorali, della propaganda dispiegata rozzamente contro cittadini trattati alla stregua di “utili idioti”, di minori intellettuali, incapaci di autonomi discernimenti. In verità, dopo le critiche arrivate da ogni parte, qualcuno ha recuperato il buon senso e ridimensionato la portata delle balle riuscendo a contenere l’intemperanza “acchiappa voti”; nel complesso, però, la qualità della competizione è stata di un livello infimo.

Nessun confronto di idee, politici che nei programmi televisivi parlavano rigorosamente da soli, rispondendo alle domande dei giornalisti sempre a distanza dagli altri candidati: una sequela interminabile di slogan, vecchi e stereotipati, di monologhi e comizi, dove non si è assistito a uno scambio dialettico, a un dialogo tra visioni politiche di rilievo, a un guizzo di originalità sui programmi, a volte addirittura appiattiti su una sospetta identità di proposte.

In compenso non è mancato il conflitto. Baldanza contro serietà, millanteria contro onestà, machismo contro solidarietà. Soprattutto la ricerca di testimonial, i più autorevoli e trasversali possibili; laici, come il povero Pasolini, il più mortificato di tutti i tempi, e religiosi, addirittura come Cristo, con la lettura di non si sa quale vangelo, se quello spiluccato all’occorrenza o quello astutamente consigliato ad horas: di certo non quello praticato cristianamente.

Fortunatamente siamo all’epilogo. Non sappiamo ancora come andrà a finire: se si formerà un governo o se dovremo ritornare alle urne. Solo il pensiero di rifare la campagna elettorale fa desiderare di cadere in un lungo e terapeutico letargo. Ma tant’è: non possiamo negarci di vivere.

Rimanere presenti a noi stessi sì, però possiamo farlo. Gli episodi di questi giorni hanno materializzato cosa possa essere un inferno dei diritti e delle libertà: violenti che agitavano la democrazia come un vessillo, in realtà una maschera per nascondere vissuti neofascisti e neonazisti, e gruppi che, nel tentativo di contrastarli, sono arrivati a perdere il senso della misura. Come se la violenza potesse essere giustificata in nome di ciò che quella violenza cerca di combattere. Delitti terribili usati come pretesto per incursioni xenofobe, velatamente piegate, nella campagna elettorale, a non perdere consenso, ma negate e ufficialmente respinte nell’evidente matrice razzista.

Anche nella nostra città ci sono state aggressioni intollerabili, con la condanna della maggioranza della società civile, nell’attesa che gli inquirenti facciano le necessarie indagini e ne chiariscano indubitabilmente le motivazioni.

Rivelatrice del clima che si respira è la lettura dell’ultimo episodio che sta dividendo i social: un video che immortala l’insegnante che inveisce all’indirizzo dei poliziotti schierati per impedire una manifestazione contro una formazione di estrema destra. Non dimentichiamo di certo e, anzi, è occasione per ricordarle, le indicazioni della legge Scelba, della legge Mancino e della XII Disposizione della Costituzione in riferimento al pericolo di ricostituzione del partito fascista: a vietare, però, manifestazioni di gruppi che si ispirano a tale distorta ideologia dovrebbero essere gli organi istituzionali, non certo i poliziotti, impegnati nel loro lavoro e già abbondantemente criticati a volte per il solo fatto di esistere.

In passato ci sono stati episodi gravissimi che sono stati denunciati: Il Vaglio.it ha già avuto modo di scrivere intorno alle responsabilità sui fatti del G8 di Genova e sui maltrattamenti della caserma Diaz, come di cortei in cui sono state ordinate e messe in atto cariche scorrette. Tuttavia, come non sono stati taciuti attacchi intemperanti delle forze dell’ordine, così oggi ci si sente di riferire di comportamenti indegni, come quello dell’insegnante che, gonfia di rabbia e di odio (e il filmato integrale ne rivela la gravità) inveisce a Torino contro i poliziotti, augurando loro di morire e apostrofandoli con i peggiori insulti che un essere umano, pensante e senziente, potrebbe mai, non dico proferire, ma soltanto pensare.

Non sta a noi intervenire sulla necessità di sanzioni, figuriamoci di una misura estrema come il licenziamento, eccessivo e inutile, che, tra l’altro, riguarda la partecipazione a una manifestazione come libera cittadina. Personalmente lo riterrei ingiusto, solo apparentemente finalizzato a placare gli animi, debole nella sostanza perché offrirebbe il fianco a processi di “martirizzazione”, come già sta avvenendo; soprattutto rischierebbe di radicalizzare ulteriormente le posizioni. E, in questo momento, di tutto abbiamo bisogno tranne che di una polarizzazione degli estremismi.

Al posto della donna, però, invece di perseverare in una condotta francamente indifendibile, chiederei scusa per le offese rivolte ai poliziotti, ma, ovviamente, ciascuno di noi ha una storia personale di debolezze, fragilità, esposizione a sensi di colpa, più o meno recuperabili e accettabili secondo la propria scala di valori. Nessuna condanna, d’altronde, potrebbe essere peggiore, per un’educatrice, di quella della propria coscienza.

Ciò che, però, si comprende con disagio è la posizione di coloro che la assolvono senza neppure “un padre nostro”, rivendicandone la legittimità e sposandone la causa. Risulterebbe difficile, a questo punto, capire il limite tra chi manifesta contro movimenti violenti e chi di comportamenti violenti è protagonista.

Non è forse il rifiuto della violenza il discrimine tra civiltà e inciviltà? O essa può essere accettata in nome di un fine giusto? Credo che mai fini giusti possano, in un contesto di regole democratiche, giustificare il ricorso a un mezzo ingiusto. L’alternativa è l’omologazione nel male. Un’alternativa non praticabile né ammissibile.

Preferisco continuare a pensare che chi lotta per la dignità e il rispetto delle garanzie costituzionali sia diverso da chi le mette in crisi. Preferisco pensare che noi antifascisti e antirazzisti siamo differenti. Anzi, ne sono sicura.