Quel che di disumano è successo negli anni '30 può accadere ancora, è cambiato solo il capro espiatorio

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone
Il capro espiatorio (William Holman Hunt, 1852)
Il capro espiatorio (William Holman Hunt, 1852)

Mi fermo un istante, cerco di sottrarmi alla frenesia allucinatoria dei social, al bombardamento incessante dei media che mi rimandano statistiche su stupri e presenza di stranieri, risse tra immigrati ed espulsioni, occupazioni e idranti. Mi sforzo di analizzare il dilagare di esternazioni razziste e chiusure nazionalistiche, di leggerle in considerazione dei disagi e della preoccupazione della gente, esasperata dalle difficoltà quotidiane. Accendo la TV e sono assediata da programmi televisivi esclusivamente imperniati sul tema dell’accoglienza e della non accoglienza: è l’emergenza del giorno, della settimana, dell’anno. È ciò che mette a rischio la nostra identità, la nostra sicurezza, il modello culturale occidentale.

Tutti concordano: è fondamentale per la nostra esistenza risolvere il problema “immigrati”. Chi non lo capisce e non interviene sarà responsabile della fine della nostra civiltà. Quella dei bianchi, monoculturale e borghese, ovviamente. E ovviamente anacronistica. E mi chiedo: come siamo potuti arrivare a tutto questo?

Com’è possibile che conduttori, direttori di giornali, leader politici, opinionisti possano aizzare all’odio senza alcuna memoria storica, come se il passato fosse stato azzerato e i drammi dei genocidi in nome della superiorità razziale non avessero lasciato l’ignominia, a futuro monito, su quella parte di umanità che se ne è resa protagonista?

E com’è possibile che ci sia tanta gente disposta a dare loro credito incondizionato e a lasciarsi trascinare in un baratro etico e teoretico?

Quali meccanismi scattano nei gruppi sociali che li portano a resettare interi periodi storici e a rivivere con la stessa ferocia i medesimi incubi?

Per quanto ci si voglia convincere che i tempi siano diversi e che la democrazia reggerà, è preoccupante il dibattito, che si svolge su piattaforme in cui si muovono, ricordiamolo, esseri umani in carne e ossa, non robot o assistenti virtuali, che si nutre di risentimenti e di deliri, nonché di vagheggiamenti di mondi nuovi che non contemplino la presenza di stranieri. Non si tratta di qualche aberrazione isolata: c’è il rozzo invasato che blatera contro un governo colpevole di “politiche” che hanno permesso l’invasione; c’è il cittadino moderato che cerca di camuffare il proprio razzismo, per renderlo più socialmente accettabile; c’è l’intellettuale che si avventura in un’analisi raffinata al fine di dimostrare che lo spirito critico consiste proprio nel mettere a nudo le carenze di programmazioni che da inclusive rischiano di diventare esclusive per gli italiani. Nessuno di loro dirà mai di sé di essere un razzista, ma…la parola d’ordine per tutti è “Stop all’invasione!”

L’impressione, ben suffragata da tanti proclami-choc, è che nelle grandi città, come nei piccoli comuni, anzi soprattutto in questi, la partita elettorale si giocherà proprio sul tema dei migranti e i populisti, sempre vigili a interpretare paure e a proporre le loro soluzioni, facili e impraticabili, lo sanno perfettamente. In una vignetta del 20 luglio, Vauro, con la spietata ironia che lo contraddistingue, propone un test di reazione all’italiano medio che, di fronte alla disoccupazione, alle pensioni da fame, ai salari bassi, alla corruzione, alla precarietà, mantiene un aplomb anglosassone, con un livello di indignazione uguale a zero, per poi scattare improvvisamente, alla parola “migranti”, con un picco che arriva a mille.

È un segnale amaro di come vincente possa essere il continuo ricorso al nuovo spettro che si aggira per l’Europa. Quel Salvini sulla cui forza elettorale in pochissimi avrebbero scommesso qualche anno fa; che ha capito che se la Lega avesse continuato sulla strada della secessione non avrebbe mai potuto candidarsi a partito di governo; che prima ha offeso i meridionali e poi li ha affabulati, portandoli addirittura a votare per un partito originariamente antiunitario come il suo; quel Salvini è diventato, ormai, addirittura il compattatore del centrodestra. Il nuovo Lorenzo de’ Medici della politica italiana. Chi continuasse a sminuire la portata della sua evoluzione, giudicandola innocua perché comunque grezza e primitiva, provasse a navigare sui social e a leggere i commenti dei tanti suoi estimatori: si renderebbe conto di quanto vasto sia il suo bacino di consensi. Anche tra quegli stessi terroni che prima insultava.

E non è mica l’unico. Aumenta a vista d’occhio la schiera di esponenti di partiti e di movimenti, tutti uniti, appassionatamente, al grido: “Dobbiamo cacciarli e li cacceremo!”. Anzi, per dirla tutta, anche persone moderate, cittadini che non si interessano al dibattito politico, tranquilli padri di famiglia e signore di tutto rispetto incominciano a manifestare comportamenti intolleranti. E come potrebbe non essere altrimenti?

Il sistema culturale, invece di svolgere una funzione di filtro e decantazione delle banalità e delle violenze, cavalca la tigre mediatica che, naturalmente, alza gli indici di ascolto: titoli come “Immigrati fora di bal “(Padanità),”Paghiamo le prostitute agli immigrati” (Il Giornale), “Bastardi islamici” (Libero), solo per fare qualche esempio, non fanno altro che amplificare l’ostilità per gli stranieri fino a portarla a forme parossistiche. Certi programmi televisivi ricordano i “due minuti di odio” in 1984: una valvola di sfogo collettivo, in cui i cittadini possono scaricare il livore e la rabbia contro il nemico dichiarato, meccanismo funzionale, ovviamente, al controllo delle loro emozioni.

Quando poi succedono fatti gravi, che hanno per responsabili criminali non italiani, invece di riportare la notizia in maniera neutra, si pone l’accento sul colore, sull’etnia, sull’appartenenza religiosa, sull’origine geografica: certa informazione sa perfettamente che la reazione più diffusa è anche quella più istintiva, meno mediata dalla riflessione. È chiaro che sentire quotidianamente e ossessivamente che un extracomunitario ha violentato una ragazza, che un terrorista è arrivato proprio col barcone e che è stato un rifugiato ad aggredire l’anziana al parco, induce, giorno dopo giorno, anche il più docile dei cittadini a credere che tutti gli stranieri siano dei delinquenti e che il nostro vero problema siano loro. Non si rendono conto gli organi d’informazione, tranne ovviamente quelli seri, che stanno giustificando reazioni di intolleranza etnica e contribuendo a creare un clima da caccia alle streghe pericoloso per tutti. È in questo modo che si formano i pregiudizi e si trasmettono ai più piccoli, incancrenendone la natura e compromettendo la crescita delle future generazioni. L’avvenire, però, è di tutti e inocularvi tossine e veleni non ci aiuterà a viverlo meglio.

Sembra proprio che ogni epoca abbia bisogno dei suoi capri espiatori, come elementi inalienabili di un presente in cui trovare i demoni su cui scaricare le paure e allontanare le vere urgenze. In passato erano gli ebrei; oggi sono i migranti.

Mi sono chiesta, ci siamo chiesti tante volte, come sia stato possibile che milioni di persone, nell’Europa colta, istruita, civile degli anni 30-40, abbiano potuto cedere alla propaganda antisemita nazifascista e riempire entusiasti e inneggianti le piazze di Norimberga e di Roma: ebbene, mi guardo intorno, sento discorsi, leggo fake news, assisto alla pubblicazione di manifesti ignobili da parte di estremisti fascisti, raggelo alle invettive degli hater, scorro commenti sui social che ricordano l’orgia parossistica alla Orgy Porgy de Il mondo nuovo, rabbrividisco e capisco. Capisco come sia potuto succedere e come possa, drammaticamente, succedere ancora.