Razzisti, suprematisti, fascisti, no vax, webeti: lo spazio vitale del valore della ragionevolezza nell'estate torrida del regresso

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Credevo che il futuro ci avrebbe reso migliori. Credevo che il passato ci avrebbe insegnato a esserlo. Credevo che il presente ci avrebbe mostrato come fare. Credevo che mai più avremmo dovuto difenderci dal razzismo e che i morti avrebbero parlato ai nostri figli, senza parole inutili, soltanto presentandosi loro e dicendo: “Ecco, mi chiamo Martin Luther King; ecco sono Rosa Parks; ecco il mio nome è Nelson Mandela. Noi siamo qui, con le nostre battaglie, la nostra sofferenza, il nostro passato di umiliazioni. Chiedeteci pure cosa abbiamo fatto”.

Ma i media continuano a rimandarci immagini di cortei, di percosse, di manifestazioni di odio. Addirittura di “suprematisti”: suprematisti di cosa? Di quale razza? Quella che ancora si ostinano a dividere in bianca, nera, gialla e rossa? Come se non derivassimo dalla stessa antenata? “Abbiamo tutti la stessa origine. Siamo africani, nati tre milioni di anni fa”, dice il professor Yves Coppens, uno degli scopritori di Lucy, la nonna dell’umanità.

Credevo che mai più avrei dovuto difendere l’antifascismo come se Piero Gobetti, Carlo e Nello Rosselli, Sandro Pertini, Giacomo Matteotti, Altiero Spinelli, Antonio Gramsci non fossero esistiti a testimoniare, con la vita, con l’esilio, con il carcere, la scelta della libertà contro quella della servilità. E invece, in maniera incomprensibile, ci si ritrova, su Facebook, a dover respingere i tentativi giustificazionisti di nazifascisti che, in nome di quella libertà di espressione che i loro modelli di riferimento hanno incontestabilmente soppresso, pretendono di dare legittimazione ai propri deliri.

Credevo che il sano esercizio del dubbio sarebbe stato uno strumento per evitare fanatismi e integralismi e non un’arma per distruggere diritti. E invece il kantiano-oraziano Sapere aude si è modificato in un diffuso e anonimo Delere aude e lo spirito critico è ormai invocato per annientare conquiste faticosamente raggiunte e per demonizzare chiunque si ponga sul fronte opposto .

Credevo che lo studio della rivoluzione scientifica, con i suoi Copernico, Keplero, Brahe, Galilei, Newton sarebbe servito a far conoscere i salti della civiltà e scopro che, a distanza di quasi cinque secoli da quel 1543 in cui fu pubblicato il De revolutionibus orbium coelestium, con cui si fa iniziare un cambiamento culturale epocale, c’è chi contesta addirittura che la terra sia sferica e mette in dubbio evidenze e metodo scientifico.

Credevo che la scienza ci avrebbe liberato dai demoni della superstizione e che la vigilanza della ragione avrebbe tenuto lontani i mostri della notte e leggo di tuttologi che “istruiscono” masse inconsapevoli sulla veridicità di scie chimiche, complotti mondiali e sulla nocività di qualsiasi forma di progresso scientifico.

Credevo che dopo la peste del ‘300, quella del ‘600 e le tante terribili devastazioni del vaiolo, del colera, del tifo; che dopo la decimazione provocata dalle ondate d’influenza spagnola, di setticemie e poliomielite, tubercolosi e morbillo, malaria e lebbra, si sarebbe salutata con gratitudine la ricerca medica e omaggiato un Fleming, un Pasteur, un Koch, un Jenner come i veri eroi dell’umanità. Scopro, ahimè, che le loro scoperte sono ogni giorno minacciate e che le vaccinazioni, insieme agli antibiotici le due armi che hanno contrastato il rischio di malattie infettive, sono oggetto di costanti e violenti attacchi.

Credevo che niente avrebbe potuto demolire i risultati ottenuti contro malattie incurabili e che nessuno si sarebbe sognato di contestare il valore della profilassi vaccinale e assisto al dilagare di teorie fantascientifiche e allucinatorie che smontano, destabilizzano, erodono le basi della nostra convivenza civile, invocando una libertà dall’obbligo che potrebbe essere permessa soltanto se si vivesse in un eremo ma che, in consessi sociali, anche là dove esiste soltanto un altro essere umano, si risolve in una grave e irresponsabile forma di egoismo. Ha scritto Michele Serra: “Se i fanatici ci fanno così paura è perché sono fanatici: ovvero testimoni della tremenda permeabilità del cervello umano all’irragionevolezza, all’ignoranza, in ultima analisi alla stupidità. E contro la stupidità, spesso, ci si sente del tutto impotenti. Vedendo e sentendo i capannelli di no-vax urlanti e smaneggianti, attorno a Montecitorio, si prova totale desolazione. Loro sanno tutto. Gli altri, niente. Questo è il codice del fanatismo”.

Credevo che il web avrebbe reso l’uomo più informato, libero e meno solo. Lo credevo, anzi ne ero certa. Credevo che attraverso la possibilità per ciascuno di esprimere il proprio pensiero, questo mondo sarebbe diventato meno deserto, più solidale e unito nella condivisione della condizione umana. Che non sarebbe mai diventato uno sfogatoio in cui vomitare frustrazioni e volgarità; che la rete avrebbe protetto, con la sua intelligenza collettiva e la possibilità della riprovazione sociale, i sensibili, i non arroganti, i cittadini del mondo virtuale. Mai avrei pensato che scatenasse i peggiori webeti, che creasse convinti diffusori di bufale e troll, invasori di spazi in cui seminare discordie, accendere inutili dibattiti e furiose discussioni senza senso, per il sadico piacere di mortificare, di ferire, di linciare.

Credevo che il social libero sarebbe stato un argine alla spudoratezza, non l’arena, perennemente aperta, che consente visibilità a narcisistici adolescenti e odiatori seriali e che la consapevolezza della coesistenza, in ognuno di noi di Jekyll e Hyde, avrebbe imposto automaticamente l’autocensura degli insulti. Non avevo previsto la nuova, inquietante, figura dell’hater, che non si vergogna a denigrare, fiero di farlo nel pretendere di spacciare l’inveire per sincerità e l’oltraggiare per coraggio, che sono, invece, soltanto la plastica rappresentazione della propria viltà. Due esempi per tutti, di quanto veleno si possa giornalmente inoculare in rete, restano Laura Boldrini e Cecile Kyenge.

Credevo nell’essere ragionevole. Credevo, e credo ancora, nella vaccinazione della conoscenza, negli antibiotici della filosofia, negli anticorpi della storia, nella quarantena dei cinici e nel rigetto spontaneo di malformazioni neofasciste. Speravo nella funzione educativa dell’umanesimo e della scienza. Speravo e spero ancora che, contro gli urlatori che tracimano dalla superficie dei social, sia più vigoroso e diffuso il rispetto di chi, in profondità, gestisce sottovoce la propria intelligenza.