Parto dall'uomo, ritrovo il mondo

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L’antefatto di questa rubrica risale alla Grecia del IV secolo a.C. La Civiltà occidentale, in Grecia, aveva già visto la luce da un pezzo e ben poco abbiamo aggiunto nei due millenni successivi.

Ai nostri giorni quel grande Paese, strozzato dalla crisi economica, è diventato il “paria” d’Europa, lungo un percorso che ha portato la nostra civiltà dall’Acropoli di Atene fino all’€urotower di Francoforte. Ma torniamo nella città di Corinto intorno al 335 a.C.

Narra Plutarco (Vite parallele, Alessandro e Cesare, 14,1-5): “I Greci si riunirono sull’Istmo e decisero di far guerra ai Persiani sotto la guida di Alessandro come capo supremo. Molti politici e molti filosofi vennero a felicitarsi con lui, ed egli sperava che anche Diogene di Sinope, che stava in Corinto, avrebbe fatto lo stesso.

Ma, siccome il filosofo che aveva scarsissima considerazione per Alessandro se ne stava tranquillo nel Craneo, il re in persona andò da lui e lo trovò che stava disteso al sole. Al giungere di tanti uomini egli si levò un poco a sedere e guardò fisso Alessandro. Questi lo salutò e gli rivolse la parola chiedendogli se aveva bisogno di qualcosa; e quello: “Scostati un poco dal sole”.

Alessandro da tale frase fu così colpito. Ammirò molto la grandezza d’animo di quell’uomo che pure lo disprezzava e disse ai compagni che erano con lui e che, al ritorno, deridevano il filosofo e lo schernivano: “Se non fossi Alessandro io vorrei essere Diogene”. I due personaggi non si incontrarono mai più.

Per una straordinaria coincidenza morirono lo stesso giorno, il 10 (o 11) giugno del 323 a.C. Il sovrano non aveva ancora compiuto 33 anni, aveva conquistato in pochissimi anni un impero sconfinato, aveva aggiunto ai titoli di Re di Macedonia ed Egemone della Lega Ellenica quello di Faraone d’Egitto e Re dei Re di Persia, passando così alla storia come “Alessandro il Grande”. Il filosofo, invece, aveva quasi 90 anni, non si era praticamente mai mosso dalla botte in cui aveva scelto di vivere e aveva continuato a essere per i suoi contemporanei “Diogene il Cane”.

La parabola di queste due vite diversissime, incrociatesi per un attimo, secondo il racconto di Plutarco, ha attraversato i miei pensieri mentre cercavo un nome, da proporre, al Direttore per questa rubrica. E così ho scelto “La botte di Diogene”.

Alessandro cercava il senso della propria esistenza spingendosi sempre più avanti verso i confini del mondo allora conosciuto (qualcuno lo ha definito “l’uomo che volle farsi dio”). Diogene “cercava l’uomo” aggirandosi fuori dalla sua botte con una candela che teneva accesa anche di giorno.

Probabilmente i confini del mondo e quelli di ciascuno di noi coincidono all’infinito. Ebbene, io ritengo che le sole vicende di cui possa parlare in una rubrica che superi “il vaglio” della verifica, nell’ambito di una “oggettività soggettiva”, siano quelle della mia realtà, del mondo visto dalla “mia botte”, alla luce della “mia candela”.

Una sorta di diario, sia pure non necessariamente riferito al presente, partendo dal racconto di vicende personali che possano incontrare la complicità del lettore, col proposito ultimo di non annoiarlo troppo. Per descrivere “l’interno della mia botte” dovrò necessariamente “cercare me stesso”, sperando che “la luce della mia candela” aiuti il lettore a rischiarare anche “la sua botte”. Evitando soprattutto che qualcuno possa dire anche a me: “Scostati un poco dal sole”.
Anteo Di Napoli