Quel che sta avvenendo a Gaza è un massacro che non può avere alcuna giustificazione

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Se cercassimo di visualizzare Gaza, potremmo meravigliarci di come appare piccola questa striscia di terra compresa, o meglio compressa, tra Egitto e Stato di Israele.

Cercare di capire cosa accade all’interno di quella che appare sempre più come una riserva indiana, in cui gli indiani sono ovviamente i palestinesi, è impresa titanica e chi vi si avventurasse dovrebbe tenere presente un’enorme mole di fatti, documenti, risoluzioni, rischiando di impantanarsi in una palude in cui tutto sembra muoversi per rimanere sempre allo stesso punto.

Sono decenni che il conflitto israeolo-palestinese continua ad agitare il Medio oriente e le coscienze di tutto il mondo: chi ha ragione e chi ha torto? Impossibile stabilirlo in maniera univoca. Un fatto è certo è che, al di là delle colpe e delle responsabilità, si continua a morire: “Si sta - come efficacemente richiamano i versi di Ungaretti - come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Da un lato ci sono gli Israeliani, il popolo ebraico duramente e lungamente perseguitato nella storia, il cui bisogno di avere una patria dove trovare protezione e nella quale riconoscere la propria identità territoriale è apparso come un legittimo diritto anche agli occhi della comunità internazionale, che ha assistito, soprattutto negli anni della seconda guerra mondiale, all’escalation dell’antisemitismo nell’Europa sempre più fascistizzata della Germania nazista e dell’Italia mussoliniana, fino alla pianificazione e organizzazione della soluzione finale, culminata tragicamente nella Shoah.

Un’ ignominia che molte nazioni sentono ancora sulla propria pelle, soprattutto per la politica dell’appeasement con cui le grandi potenze avevano inizialmente sottovalutato i piani nazifascisti, permettendone l’implementazione e poi la realizzazione nei campi di sterminio, senza opporre alcuna resistenza e facendo spesso finta di non sapere cosa stesse accadendo nel cuore della civile Europa.

Il senso di colpa ha generato la politica filoisraeliana dal 1948 fino a oggi.

Dall’altro lato, però, c’erano e ci sono i Palestinesi, il popolo sacrificale, quello che avrebbe dovuto consentire la catarsi del mondo intero per l’onta di chi non aveva fermato la carneficina degli ebrei e caricarsi, incolpevole, sulle sue sole spalle l’onere dell’espiazione di una colpa che non gli apparteneva.

Un popolo, quello palestinese, che viveva nella sua terra, quella terra in cui erano vissuti i padri, le madri e in cui avrebbero dovuto vivere i figli.

Un’unica terra per due popoli.

A chi spetta la Palestina, infatti? Provare a sbrogliare la matassa richiede un lungo excursus storico (per chi volesse percorrerlo, i punti di riferimento sono la Dichiarazione Balfour del 1917, il mandato britannico fino alla Dichiarazione dello Stato di Israele del 1948, il controllo amministrativo e militare da parte dell’Egitto fino al 1967, quando dopo la Guerra dei sei giorni, Gaza passò sotto il controllo israeliano fino al 1994, gli accordi di Oslo del 1993, il controllo dell’ANP fino alle elezioni del 2007 nelle quali la maggioranza dei voti andò ad Hamas).

Cerco, però, intanto di capire, da persona comune tra persone comuni, libere dall’ipocrisia dei potenti che, impastoiati nei vincoli commerciali, schiavizzati dagli interessi economici, irretiti dai guadagni dell’industria bellica, non hanno, non possono avere il coraggio di dire la verità e cioè che quella che Netanyahu sta facendo in Gaza è una carneficina che non può in nessun modo essere giustificata.

Chiariamo: il governo di Israele non è il popolo di Israele. Contro l’acquiescente complicità dei media filogovernativi, si sono schierati molti cittadini, associazioni, intellettuali ebrei che stanno manifestando disprezzo per la politica di Netanyahu e raccapriccio per un comportamento aggressivo e privo di qualsiasi empatica solidarietà con il popolo di Gaza.

Non c’è più alcuna struttura, alcun luogo in cui possano trovare riparo le migliaia di sfollati che hanno perso le case, distrutte dalle bombe israeliane. Ormai nel mirino dell’esercito israeliano non ci sono solo edifici comuni, ma spiagge, centri di riabilitazione, mercati e persino ospedali: anche ieri è stata bombardata una scuola dell’Onu nel campo profughi di Jabaliya, dove centinaia di palestinesi avevano trovato rifugio.

Le immagini che scorrono nel web sono incontestabili nella loro drammaticità e i corpi martoriati dei civili, molti dei quali bambini, non sono certamente effetto della propaganda antiisrealiana di Hamas.

Il video del bombardamento sulla spiaggia in cui sono stati falciati, senza alcun motivo, quattro bambini palestinesi è un pugno nello stomaco per l’ignava diplomazia europea e statunitense.

Si calcola, ma i dati sono in continuo aggiornamento, che dall’inizio delle operazioni militari siano caduti 53 israeliani e morti 1258 palestinesi con oltre 7000 feriti: tra questi ci sono donne, bambini, civili che rimarranno mutilati per tutta la vita, a causa di quelle armi della cui vendita ad Israele nella striscia di Gaza l’Italia, ad esempio, è il primo paese esportatore.

La verità cruda è che dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948 e conseguente espulsione della popolazione palestinese, la Striscia di Gaza vive restrizioni intollerabili.

Come ritorsione per la vittoria di Hamas alle elezioni del 2006, inoltre, è stato imposto un embargo da Egitto e Israele con l’avallo degli Usa, dell’Unione europea e della Russia e il congelamento degli aiuti internazionali che hanno reso la situazione dei palestinesi insostenibile.

Il blocco è stato criticato dal Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon, dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e da altre organizzazioni dei diritti umani.

Dopo le pressioni internazionali, Egitto e Israele hanno diminuito le restrizioni, ma l’assedio è continuato e si configura come una forma di punizione collettiva contro i palestinesi i cui diritti sociali, alla salute e all’educazione sono continuamente violati.

L’economia è ormai stremata: il flusso di scorte alimentari, medicinali e altre necessità come il carburante, materiali di costruzione e materie prime è interrotto. Anche la circolazione delle persone è caduta e i profughi non possono né lasciare Gaza né sottrarsi alle bombe. Il 73 % delle famiglie vive sotto il limite di povertà e la disoccupazione è al 55%, aggravata anche dal fatto che il governo di Hamas non ha potuto neanche più pagare gli stipendi agli impiegati pubblici, considerando che da quando Hamas ha vinto le elezioni Israele si è rifiutato di continuare a versare all’Autorità palestinese i proventi delle tasse riscosse per conto dell’autorità stessa.

Case distrutte, mancanza di acqua potabile per gran parte della popolazione, scarsa ricezione di energia elettrica, altissimo numero di profughi, costretti a rimanere comunque a Gaza, dal momento che i confini della striscia sono Israele, l’Egitto e il mare, bombardamenti indiscriminati su edifici, scuole, ospedali, morti e mutilazioni: come si fa a rimanere insensibili di fronte a tale scempio?

E non convincono più gli appelli al legittimo diritto alla difesa del governo Netanyahu. Perché non va taciuto che anche in questi giorni Hamas sta continuando a lanciare razzi verso il territorio israeliano e più volte ha rinunciato allo stabilire un "cessate il fuoco" o ha fatto subito cadere qualche fragile tregua faticosamente raggiunta. Tra i "falchi" politici palestinesi e i "falchi" politici di Israele non è possibile distinguere tra buoni e cattivi.

Certamente non è il numero dei morti, dovuto al migliore sistema di difesa di un paese potente come Israele, a stabilire la ragioni. Tuttavia scegliere obiettivi civili, con la consapevolezza di bombardare zone affollate di gente comune, più che una strategia di guerra richiama il massacro; più che una difesa ha il sapore di uno spietato genocidio. Un genocidio che offende soprattutto la storia e la sensibilità di un popolo, quello ebraico, che ha vissuto persecuzioni, pogrom, ghettizzazione e campi di sterminio e che ora rischia di trasformarsi nel carnefice degli anni duemila, trasferendo sui palestinesi, i “nuovi ebrei”, l’odio razziale di cui è stato vittima per secoli.