Presentato il libro di Nicola Bergamo 'I Longobardi Dalle origini mitiche alla caduta del Regno d’Italia’

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Le associazioni Benevento Longobarda†e Bisanzio hanno aperto ieri sera alla libreria Luidig il ciclo di incontri culturali sull’Alto Medioevo.†Presentatori i presidenti dei due sodalizi Alessio Fragnito e Luca Zolli.

Applaudito l’intervento del ricercatore; molte e interessanti le domande degli intervenuti, relative alla società longobarda, alla sua religione, alla fondazione del ducato di Benevento. In chiusura Alessio Fragnito, di Benevento Longobarda, ha invitato i presenti ad iscriversi all’Associazione, e a partecipare al prossimo incontro, che si terrà sabato 22 Dicembre, ancora alla Luidig alle ore 19.30. L’incontro sarà dedicato al dibattito “Il monastero degli amalfitani sul monte Athos, e l’influenza bizantina sull’architettura del Sud Italia”, con gli architetti Phaidon Hadjiantoniou e Franco Bove.

L’originalità del lavoro di Bergamo, ricercatore bizantinista che attualmente lavora a Parigi, risiede proprio nel punto di vista dal quale la ricerca è stata condotta. “Esistono molti studi sui Longobardi – ha detto Bergamo – ma finora mai nessuno è stato condotto da uno studioso di cultura bizantina. Come è noto infatti, già prima del loro arrivo in Italia, i Longobardi ebbero a che fare con i bizantini e ne furono fortemente influenzati sotto molti aspetti.”

Va detto innanzitutto, che oggi non si parla più di ‘invasione’ longobarda in Italia, ma si preferisce utilizzare il termine ‘migrazione’. “Ciò proprio grazie a studiosi tedeschi – ha spiegato ancora il ricercatore – stanchi di sentirsi attribuire seppur indirettamente la colpa della caduta dell’Impero Romano”.

Fonte primaria, nonché unica di origine longobarda giunta fino a noi, e utilizzata anche dallo stesso Bergamo, resta l’ ‘Historia Langobardorum’ di Paolo Diacono. Lo storico descrive intorno all’ VIII-IX secolo, la civiltà cui appartiene dalle origini mitiche fino al re Liutprando. Dopo di che, la storia, relativa alla graduale caduta e fine dei Longobardi, ci è nota solo da fonti indirette.

“» importante notare un particolare come quello della descrizione delle origini mitiche da parte del Diacono. Ciò vuol dire che al tempo in cui lo storico scrive esse sono ancora fortemente sentite dalla comunità”.

Interessante l’aneddoto sull’origine del nome. Pare che questa popolazione guerriera fosse devota al dio Odino. Chiesero, grazie all’intercessione della moglie, aiuto al dio per una battaglia. Poiché erano decisamente pochi di numero (problema che interesserà sempre questa popolazione, come vedremo) anche le donne tirarono i capelli davanti al viso per farli somigliare a barbe. Odino vedendoli chiese “Chi sono queste lunghe barbe?”. “Gli hai dato un nome – rispose la moglie – ora dai loro anche la vittoria”.

La storia di Diacono prosegue con il racconto dei primi due re mitici Ibor e Aio che avviarono la migrazione dei giovani longobardi dalla Scandinavia (circa un terzo della popolazione totale). “Ibor e Aio – ancora Bergamo –sono assimilabili alle figure di Romolo e Remo: due fratelli, di cui uno esce di scena (muore o scompare), l’altro regna e mantiene la genealogia. E non è l’unico caso in cui le origini di un popolo vengono così rappresentate”.

Per una popolazione scandinava, territorio notoriamente aspro e poco ospitale, il Mediterraneo, e l’Italia in primis, doveva apparire come una sorta di Terra Promessa. Si consideri anche però che i longobardi, così come gli altri popoli del nord, erano visti dai romani come un branco di selvaggi, mossisi in cerca di una vita migliore.

“Durante tale grande migrazione scopriamo la prima curiosa caratteristica del popolo longobardo: era cioè assimilabile più alla popolazioni della Steppa che non a quelle germaniche. Sempre a causa del loro scarso numero, infatti, avevano bisogno di qualcosa che spaventasse i nemici. Questo ‘qualcosa’ altro non era che la figura del ‘cinocefalo’: erano essi probabilmente sciamani con maschere di cani che grazie alle preghiere al dio Odino ricevevano la forza di dieci uomini. Tali figure si trovano anche in canti irlandesi e lituani”, ha aggiunto l’autore del libro.

Durante la migrazione i Longobardi incontrano sulla loro strada diverse popolazioni, con le quali tendono sempre ad integrarsi (Vandali, Assipitti, Bulgari, Eruli, Svevi, Gepidi e così via). “Ciò dimostra - ha continuato Bergamo – che essi non erano affatto un popolo chiuso, contrariamente a quanto alcuni studiosi vogliono far credere. E, anzi, in una società a caste chiuse, essi per primi pensarono di elevare gli schiavi assoggettati al rango di soldati, sempre ad integrazione del loro scarso numero originario”.

Estintasi la prima famiglia regnante, prende il potere Audoino (padre del più noto Alboino che condurrà il popolo in Italia). Paolo Diacono non gli attribuisce origini nobili, diversamente dalla stirpe precedente.

Audoino porta i Longobardi fino in Pannonia (oggi Ungheria), luogo di enormi pianure, ideale per popolazioni di cavalieri nomadi. “Qui il primo incontro con Bisanzio – ha affermato Bergamo – che controllava appunto quei territori. I romani d’oriente vogliono accalappiarsi questa popolazione così forte a livello militare, e con il classico mezzo ‘divide et impera’ (dividi e domina) li mette contro i Gepidi.” – E qui un macabro ma significativo aneddoto. Dopo aver sconfitto questa popolazione, Alboino si fa costruire una ‘scala’ (una coppa) con la testa del re dei Gepidi – Può sembrare orrendo ai giorni d’oggi; ma era in realtà un rito nordico di continuità che dimostrava rispetto per la forza del re sconfitto, e un metodo per acquisire tale forza da parte del vincitore.”

Pian piano i romani d’oriente iniziano a riconoscere nei Longobardi un vero popolo, e donano loro un feudo in Pannonia e molte ricchezze, dice Procopio. Ma essi continuano, come d’abitudine a saccheggiare territori romani. L’idea di Giustiniano (Imperatore Romano d’Oriente) è a questo punto quella di civilizzarli per renderli governabili. “E inizia proprio dalla loro attività primaria: la battaglia, inserendo molti di loro nel prestigioso esercito bizantino – ha spiegato ancora l’autore del testo –. Molti soldati longobardi arrivano fino alle alte cariche, si pensi a Nordulfo, che sposa l’unica figlia di Alboino; o ancora Arulfo che diventerà duca di Spoleto (unico ducato longobardo, detto tra parentesi, di cui conosciamo la fondazione).”

Durante il regno di Alboino arrivano in Pannonia gli Avari, che scacciano letteralmente i Longobardi da quelle terre, spingendoli verso l’Italia.

» l’anno 568, quando questa popolazione giunge nel Nord Italia, sotto la guida di Alboino. “Va fatta una precisazione in merito ad Alboino –†ha chiosato†Bergamo – Quando egli giunge in Italia è un re mitico, forte, valoroso e vincitore di molte guerre. Egli però stanziandosi nei nostri territori smette di combattere, il che in una civiltà guerriera come quella longobarda, gli causa la perdita del fascino, nonché della vita: verrà assassinato.”

Con la morte di Alboino cede la struttura portante del regno e per un decennio i longobardi si ritrovano frammentati in una sorta di ‘anarchia’ di ducati più o meno piccoli. “Ciò dimostra una mia ferma convinzione – ha asserito il ricercatore – quella che i Longobardi non fossero assolutamente un popolo unito: non appena viene a mancare un grande capo smettono le migrazioni e ricominciano coi piccoli saccheggi”.

E poi c’è sempre Bisanzio. “Lunga è la guerra tra le due popolazioni, dura fino al 604, – ha spiegato Bergamo – ma permette loro di incontrarsi e mescolare tratti salienti delle proprie civiltà. Scopo dei Longobardi, contrariamente a quanto molti studiosi asseriscono, era veramente quello di unificare l’Italia e giungere fino a Reggio Calabria. Se non ci riuscirono, fu proprio a causa dell’esercito bizantino”.

Come detto, Bisanzio oltre a combattere, puntò principalmente sulla contaminazione sociale, anche perché i confini tra terre romane e longobarde non erano netti e invalicabili come si può pensare. “Segni evidenti di contaminazione li troviamo ad esempio in Autari che si fa chiamare ‘rex’ e flavius’; o ancora in Agilulfo che si fa eleggere nel Circo di Milano, come era usanza Bizantina. Insomma,†questi barbari volevano dimostrare di essere alla pari dei romani, di potersi comportare come loro”.

Da un punto di vista religioso però nonostante una conversione di forma, rimasero, a detta di Bergamo, sempre pagani. “Cristiani ariani –†ha detto l'autore†– furono solo un vescovo e due re in duecento anni di storia. Il popolo e i soldati rimasero sempre pagani. E fu un punto di forza di Bisanzio riuscire a convertirli, anche se solo formalmente e con valore certamente più politico che religioso: solo così infatti era all’epoca possibile per due diverse popolazioni avere rapporti sociali. » fenomenale pensare a come in sessant’anni questi nomadi diventino sedentari e soprattutto abbandonino completamente la loro lingua in favore del latino, a partire dalle leggi di Rotari”.

Rotari, diciassettesimo re longobardo, promulga tali leggi nel 643, e paradossalmente proprio nella speranza di riaffermare la tradizione. Lascia innanzitutto il cattolicesimo per tornare all’arianesimo. Tali leggi valgono però esclusivamente per il popolo longobardo, non per i romani. “Altra curiosità in merito a Rotari e alle sue leggi – ha chiarito Bergamo – sta nel suo ricorrere agli ‘antiqui homines’, gli anziani longobardi che ricordavano a memoria leggi antiche. La novità sta adesso nel trascriverle per la prima volta”.

L’apogeo del regno si ha con Liutprando, di cui Paolo Diacono tesse enormemente le lodi. Ricordiamo che egli è l’ultimo re di cui lo storico tratta, dopo di che conosciamo la storia longobarda e la sua decadenza solo da fonti esterne a quel popolo. “Liutprando è un re a tutti gli effetti – ha aggiunto il ricercatore – cambia i duchi di Spoleto e Benevento con uomini al suo servizio; invia soldati a Poitiers al franco Carlo Martello nel 732; ha rapporti e stringe alleanze con i regni vicini; include ufficialmente Spoleto e Benevento nel regno longobardo”.

Dopo di lui, il diluvio. Ratchis, Astolfo, Desiderio. Il primo ha paura di tutto e fortifica ovunque i confini del regno. Astolfo promulga una legge affinché tutti prendano le armi per combattere, non più solo gli uomini liberi come da antica legge germanica: i rapporti pacifici con i vicini erano finiti con Liutprando.

Solo Desiderio tenterà un recupero della tradizione, e una nuova serie di rapporti di ‘buon vicinato’; ma verrà tradito da Carlo Magno che, come è noto, ne ripudia la figlia, e determina la fine del dominio longobardo in Italia.

“Infine il culto di San Michele – ha concluso Bergamo – che caratterizza l’intera storia della conversione longobarda. Egli ha le stesse capacità di Odino: è un combattente, sconfigge il male nella figura di Satana. » legato inoltre come il dio Thor all’acqua e alla fertilità che ne deriva. Grimoaldo, duca di Benevento e poi re, è il primo a riconoscerne ufficialmente il culto in tutto il regno. San Michele in Gargano (Puglia) diventa così non solo parte del ducato di Benevento, ma luogo di pellegrinaggio da ogni parte del regno, e persino dalla Scandinavia. Ci sono infatti incisioni su pietra anche in rune. Tra i pellegrini anche il duca di Benevento Romualdo con la moglie. Si narra inoltre che monaci francesi venuti in pellegrinaggio sul Gargano, abbiano poi costruito San Michel al loro ritorno.”