Benevento - Conversazione con Armando Punzo e Rossella Menna

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Scrivono gli organizzatori: Venerdì 15 novembre, alle ore 18.30, presso il Mulino Pacifico di Benevento, il gruppo creativo .furiaLAB in collaborazione con Solot Compagnia Stabile di Benevento ospiteranno una conversazione tra Armando Punzo e Rossella Menna, introdotta da Luigi Furno e Ursula Iannone, e con Michelangelo Fetto e Antonio Intorcia, per la presentazione del libro "Un’idea più grande di me" (Luca Sossella editore, 2019).
Ingresso libero.

“Sono trent’anni che mi chiudo ogni giorno in questa stanza. Per la prima volta, oggi, mi è sembrata una cosa enorme. Gli inizi sono sempre prossimi alla fine, quando cominci pensi che tutto possa finire un attimo dopo”. Invece in quella stanza del Carcere di Volterra in cui è entrato per la prima volta nel 1988, Armando Punzo ci torna ogni giorno da una vita, per fare teatro con i detenuti-attori della sua Compagnia della Fortezza. “Se ho scelto di fare il mio teatro in questa stanza – ha chiarito tante volte il regista – non è perché mi interessi il carcere. Anzi. A me interessa solo chi riesce a sentirsi libero in un carcere, chi riesce a decrescere, depotenziarsi, sminuirsi, farsi talmente piccolo da passare come pensiero altro attraverso le sbarre della prigione. Il carcere reale è metafora concreta di un carcere più ampio in cui tutti viviamo. Entrare qui dentro significa varcare un limite che esiste anche nel mondo fuori, ma che in carcere è visibile in modo abnorme. Il teatro diventa uno strumento perfetto per straniarlo. Perché quel limite altro non è che l’uomo. Sono io”. Forte della sua ricerca concreta e circoscritta sul rapporto tra limiti e resistenza, in trent’anni di spettacoli nati in una cella di tre metri per nove e presentati nel cortile assolato della prigione medicea, il regista, drammaturgo e attore ha ottenuto i massimi premi e riconoscimenti italiani ed europei, facendo della Fortezza un riferimento imprescindibile nella storia del teatro contemporaneo, una compagnia che attira migliaia di spettatori a ogni nuovo debutto e calca i più prestigiosi palcoscenici del Paese.

Dal desiderio di interrogarsi sul senso profondo e sulle implicazioni personali, sociali e politiche di una scelta tanto radicale è nata “Un’idea più grande di me”, autobiografia dell’artista, frutto di una lunga serie di conversazioni con Rossella Menna, scrittrice e studiosa con cui Punzo dialoga dal 2012. Esito di otto anni di incontri, e due di scrittura, il volume non è (solo) un libro sul teatro, né la restituzione senza filtri di una testimonianza, ma un’opera narrativa, una sorta di romanzo di formazione sui generis. Nel corso delle sue quattrocento pagine, infatti, regista e intervistatrice, che fin dall’inizio rivelano l’intimità di un parlarsi abituale, diventano due personaggi veri e propri, protagonisti di una storia nella storia. Tra le maglie del racconto scorre cioè una seconda trama, quella di un confronto vero, portato alle estreme conseguenze, tra generazioni lontane che hanno nostalgia e necessità l’una dell’altra: l’una per trovare il coraggio di osare, l’altra per imparare a infonderlo.

Cominciando dai ricordi dell’infanzia felice, dell’adolescenza inquieta, e degli anni difficili della giovinezza in cui non è chiaro ciò che si è e ciò che si vuole essere, ma l’anima brucia e spinge a cercare una strada per sé – i dialoghi procedono in ordine cronologico e conducono il lettore verso la scoperta del teatro, l’approdo a Volterra, gli anni con il Gruppo L’Avventura, i primi tentativi da regista e da scultore, l’entusiasmo, la paura. Ma il racconto degli anni di fame e freddo, immancabili in ogni biografia che si rispetti, non evolve verso la conquista di un elisir definitivo, lasciando invece spazio a un viaggio dell’eroe che procede sul filo di un pericolo psico-fisico costante e avanza, senza riposi, per continue prove centrali «in un luogo ostile per natura, una giungla in cui se ti muovi e sbagli un serpente ti morde alla gola». Le vicende raccontate in ogni capitolo offrono l’occasione di aprire parentesi, divagare intorno a questioni senza tempo come l’amicizia, l’amore, la famiglia, la stupidità, la debolezza, la solitudine, la nostalgia del divino, la necessità inappagabile di fare di sé qualcosa di meglio di ciò che si è. Il racconto delle prime volte in carcere, dei rischi corsi, degli eventi traumatici, della felicità di momenti miracolosi, del rapporto con gli agenti, dell’intreccio di vita con i collaboratori, dei premi vinti, della pazienza necessaria e delle strategie per conquistare terreno, si fa sempre più rarefatto nella seconda parte del libro. Di anno in anno, una pagina dopo l’altra, ricordi e aneddoti perdono chiaroscuro, seguendo l’andamento di una vita che cede il passo auna vita solo nell’arte, sempre più lontana dalle trame della quotidianità, e più immersa nel mondo delle idee.

“… Non sono mai riuscito fino in fondo a dire cos’è quest’idea. Forse non riusciremo nell’impresa neanche stavolta. Ma magari riuscirà, in un modo che non sapremo, lo sguardo di chi si avvicinerà alla storia raccontata in questo dialogo che prova a superarci e a lanciarci oltre noi”.